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Scritto da: Giancarla Vietti | Discuti sul FORUM
ARTICOLO IMMAGINE


Usellini, Sgarbi e la metafisica
L'indagine metafisica del pittore milanese del '900

 

La lettura di Sgarbi: un modo immediato di comprendere e vivere la pittura

In una pagina ritrovata, di un articolo di Vittorio Sgarbi, scritta a fine '900, si legge: "Pochi pittori rappresentano il senso della pittura, come sogno, fiaba, visione, in modo altrettanto efficace di Usellini (1903-1971)." E ancora: "Egli non voleva essere considerato un surrealista e, soprattutto non voleva essere considerato un pittore divertito e divertente. Si sentiva, piuttosto, vicino ai metafisici, perché le sue favole, non sono altro dalla realtà, ma la loro ragione sottile, quello che si nasconde dietro le sue apparenze mutevoli e false, dietro il fluire convulso degli avvenimenti." Difficilmente si potrebbe sintetizzare meglio, con poche parole, la figura dell'artista. E, subito, è qui spiegata la differenza tra surrealismo e pittura metafisica. Nel surrealismo, la realtà rappresentata è qualcosa di diverso da quella realtà che viviamo ed esperimentiamo, all'interno di quella che crediamo "normalità". Essa può essere simile al sogno o ad una creazione immaginaria o ad una ipotesi o ad una evasione o ad un mondo possibile o altro ancora. Ma sempre altro. Al contrario, la pittura metafisica, nelle sue immagini cerca o esprime il significato profondo, la ragione sottile del nostro vivere e delle cose. Prova a declinarli, nei personaggi, negli scorci di vita, nei miti, nelle visioni ed in tutti gli svariati modi in cui la realtà ne dà occasione o meraviglia. Prova a suggerirli a chi guarda. Così avviene nella pittura di Gianfilippo Usellini. Essa rende il manifestarsi nella realtà visibile della realtà invisibile, la lotta tra il bene e il male, spesso in maniera curiosa e ironica, e l'ambiguo discrimine fra positivo e negativo. Ed anche le verità nascoste, che vuole mettere a fuoco. Ad esempio ne "La fine dei liberi pensatori", semplici patate assumono dimensione umana, sono vagamente personificate. Hanno occhi, anziché germogli, per dare ragione della claustrofobica impotenza provocata da ogni dittatura politica, da ogni impedimento della libertà di pensiero.

Egli vive la legge dell'armonia

Esiste un altro elemento, che colpisce nell'opera di Usellini, oltre alla dimensione metafisica, è la classicità. E la prima non è divisibile dalla seconda: si intrecciano e si nutrono l'una dell'altra. Si è fatto richiamo a Vitruvio, alla poetica del platonismo rinascimentale, all' Alberti, all' Armonica di Aristosseno, a Pitagora. Essi andrebbero riletti e riscoperti, per comprendere questo livello della pittura. L'ispirazione al Quattrocento, alle architetture classiche, alle leggi di simmetria e prospettiva, sono la trama sottostante a tutte le visioni e immaginazioni, pervase dal mito, dalla fiaba e dalla memoria, di questa arte pittorica. Non solo. Un'unica idea:

"Esiste, nell'universo una legge dell'armonia, un rapporto numerico ideale, che si ritrova nelle opere della natura e che l'uomo riprende nella creazione delle opere d' arte. Questo rapporto, secondo il quale il tutto sta alla parte maggiore, come la parte maggiore sta a quella minore, lo si può tradurre in un numero e lo si individua nei tracciati del Partenone, come nelle proporzioni di una foglia, nel Tempio della Concordia, come nella struttura di un cristallo."

Queste conquiste di pensiero, che si richiamano all' idea della sezione aurea, non sono poco, fanno vibrare. Usellini le sente sue spontaneamente, lo coinvolgono, muovono il suo animo. Egli scrive: "Ogni cosa, naturale o artificiale... ha in sé sempre le leggi della divina proporzione... L'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio e ciò ne è la prova. Questo io credo: che ogni arte ha il suo ritmo, legge naturale profonda... Ogni cosa, ogni linea, ogni punto ha la sua rispettiva linea e punto. Sceglierla e trovarla è la cosa più difficile."( Lettera privata del 1928). Usellini amava leggere Severini, autore de "Dal cubismo al classicismo", uscito a Parigi nel 1921, dove quest'ultimo aveva formulato i principi di un'estetica del numero e del ritmo compositivo: "Pitagora e Platone ci hanno insegnato che tutto, nel creato, ha un ritmo secondo le leggi del numero... L'arte ricostruisce l'universo, secondo le stesse leggi che lo governano... penetrando le leggi del numero che governano sia il microcosmo che il cosmo." Elena Pontiggia, critico d'arte, spiega, ne "La grande allegoria", che non esistono in Usellini personaggi che non vivano in un teatro armonico e che, se essi sono immersi nel paesaggio, il paesaggio stesso diventa ritmo architettonico.

Proprio la matematica e l'ingegneria appartengono all'estetica. Le leggi del numero sono il sotteso che crea, meravigliosamente, l'armonia. Sono la cifra dell'universo. Sono la struttura sottostante della costruzione dell'essere che ci appare e che è bello. Di quell'essere cui noi apparteniamo e che guardiamo, nel contempo. Ci troviamo qui, per comprenderne il significato.

E, se sono immersi nel paesaggio, è il paesaggio stesso che diventa ritmo architettonico" dell' artista si conserva una lettera del 1928.

 


Gianfilippo Usellini
 
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