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Articoli Il piacere: quale la sua vera natura? Come procurarselo?
L'euforia dell'attimo prima e la delusione dell'attuazione...




Il piacere: quale la sua vera natura? Come procurarselo?





 Il piacere: quale la sua vera natura? Come procurarselo?

"La noia non è altro che il desiderio puro della felicità non soddisfatto dal piacere, e non offeso apertamente dal dispiacere" (Leopardi).

Nella società odierna, piena di regolamenti obblighi e costrizioni, l'uomo impossibilitato nell'esercitare un potere di tipo "legislativo" (es. "io stabilisco che da ora in poi si farà...") si ritrova spesso spinto a sfogare la propria frustrazione e repressione nella disobbedienza alle regole.
La maggior parte dei momenti che producono piacere sono oggi infatti riconducibili ad un'unica matrice: la trasgressione; tutto ciò che sfugge a imposizioni morali e legali provoca, nel profondo dell'animo umano, un'incoercibile e contraddittoria passione: un desiderio tendente al disordine in un essere naturalmente incline alla regolamentazione. In sostanza l'impossibilità di imporre se stessi sugli altri con "leggi" di carattere coercitivo viene compensata con la "ribellione dell'io" alle stesse prodotte da altri (stato, "moralità comune", ecc.).
Casi interessanti di questa "violazione appagante" si trovano di frequente in quelle circostanze appena prima della concretizzazione di un desiderio dove l'immaginazione contraddice e supera di gran lunga la realtà effettiva di ciò che seguirà poi. Questa specie di "trasgressione interiore negativa" (ovvero non esteriorizzata) porta con se però esiti sfavorevoli. Difatti, quando ci si aspetta una grande gioia, il momento di attuazione della stessa risulta, invece che il culmine dell'aspettativa in positivo, l'inizio del rapidissimo degrado della condizione di "felicità". Contrariamente a quanto ci si potrebbe comunemente aspettare, il momento di massima esaltazione coincide invece con il momento appena precedente alla concretizzazione di ciò che si identifica ancora come un "to be going to" ("stare per fare"): "L'attesa del piacere è essa stessa piacere" (Lessing).
Dalla "delusione" causata da un fatto di carattere puramente positivo è facile poi traslare il ragionamento verso un gradino più in basso della condizione umana: lo stato medio (inteso nel senso di "non felicità e nel contempo "non sofferenza"); in pratica, così come un'aspettativa troppo positiva si può trasformare in lieve delusione, un momento già immaginato come "normale" può tramutarsi in una vera e propria rovina.
In maniera speculare bisogna sottolineare anche che, tuttavia, un'attesa angosciosa di un fatto negativo, può a sua volta evolversi in una sorpresa di carattere estremamente positivo; allo stesso modo, l'incombere di situazioni deludenti può dare adito a sofferenza ma lo scamparne l'attuazione (la "fuga") può addirittura provocare piacere intenso (ma molto breve).
L'aspettativa è quindi riconducibile, anche se in maniera apparentemente illogica, alla struttura della disobbedienza: la suddetta "fuga" è difatti una tipologia della trasgressione tanto quanto lo è la curiosità che deriva dall'attesa. Attendere immaginando l'attuazione dei propri pensieri positivi è una "trasgressione" ai limiti temporali e causali della realizzazione stessa nel piano mentale...
Il fascino ad esempio di un oggetto può scaturire anche solo dal fatto che esso è difficile da vedere... Forse in ultima istanza banale ma, prima della sua scoperta, perfetto e conforme alle mutevoli esigenze della psiche; da ciò ci si ricollega quindi al fattore "ricerca" (o "caccia") come massima espressione della felicità umana.
Quello del piacere è tuttavia un attimo breve e solo chi è in grado di capirne le dinamiche può viverne un lasso di tempo dilatato rispetto alla norma. Per fare ciò è in primo luogo necessario confrontarsi con la propria "interiorità" e capire che l'avere desideri negativi (anche infimi) è normale: il vero sbaglio consiste nel compimento sul piano riconosciuto come "fisico" dei pensieri (malevoli) in questione. In secondo luogo, se accettiamo il presupposto che l'uomo più sofferente è quello che non può soddisfare i suoi desideri e che quello più vicino alla felicità è chi li sta per realizzare, possiamo arrivare ad affermare che solo un determinato modo di vivere può portare allo stato di "estasi prolungata" (la dilatazione appunto).
Il modo di vivere più "estatico" è sostanzialmente quello di chi segue la scintillante via della "fantasia"; solo l'uomo che riesce a sublimare il proprio desiderio (negativo) in maniera "concretizzata", ma esclusivamente legata alla dimensione psichica, è in grado di provare il piacere più protratto ed intenso: "Il divieto non significa necessariamente astensione, ma la pratica sotto forma di trasgressione" (Epicuro).
Da ciò consegue che, non concretizzando il desiderio (positivo o negativo), l'uomo non ne potrà mai rimanere deluso nella sua evoluzione e nel contempo potrà usufruirne per un lasso di tempo superiore definito in rapporto proporzionale alle potenzialità della sua mente.
Una critica che ragionevolmente si potrebbe muovere a questa linea di pensiero è quella che così agendo si sostituirebbe all'azione reale un'utopistica dimensione di sogno: a questa affermazione si potrebbe rispondere che non nell'abuso di questa tecnica si può trovare la giusta via di espansione della propria vita e che quest'ultima sarebbe fondamentalmente una risposta alle pressioni immorali del proprio io (non a quelle morali); in secondo luogo è facile capire che la realtà che ci trasmette il nostro (soggettivo e insicuro) occhio non è assolutamente detto che sia quella "corretta" rispetto ad una dimensione per così dire "onirica" o utopistica (ciò che arriva al nostro occhio, come ci ha già indicato Parmenide, non sono altro che supposte interazioni luminose di oggetti di cui non possiamo con certezza percepire nulla, nè forma, nè colore, nè l'esistenza stessa).
La vera realtà è quella che si sceglie di prendere per tale: è stolto chi crede che esista solo un mondo ed un solo universo: ogni mente è un universo senza confini.
Il "male" ha forse la sua prima origine nell'attaccamento eccessivo al "reale", alle proprie "cose" e alle "proprie persone" (anche queste possono essere possedute). Se tutti capissimo di essere costellazioni sorelle uguali nella sostanza ma diverse nella realizzazione forse oggi ci sarebbero molti meno "universi spenti".
Dalla disperazione presente nel mondo occidentale si consegue purtroppo che la mente è uno spazio poco sfruttato dall'uomo.

 

Scritto da:
aFiGoZ


 
 









 
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