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Lunedì 4 febbraio 2008 - 11.20.13 L'intellettuale
nella lotta per la libertà
Martirio e furia di popolo
Se per un attimo ci allontaniamo dalla vita quotidiana e tentiamo di
guardare la storia nel suo insieme, tra i caratteri più frequenti
troveremo l'eterna lotta per la libertà, e la troveremmo dipinta di un
colore rosso intenso, del colore del sangue. La ricerca della libertà,
storicamente, si è sempre accompagnata con sofferenze e soprattutto con
la morte: morte come martirio o morte come vittime della furia
incontrollata del popolo che reclama i suoi diritti.
Il martirio è sacro ed esemplare: spinge gli animi a ribellarsi
all'oppressore, a non accettarlo. Tra i martiri della libertà vi è un
infinito numero di combattenti senza nome, che potremmo racchiudere
nella persona (seppure fittizia) di Ettore alla porte Scee (in Iliade,
Omero, libro VI), ma anche un certo numero di intellettuali che hanno
partecipato alle lotte con atti simbolici (come il suicidio di Catone l'Uticense),
o vere e proprie denunce (il più attuale Matteotti). Quando questo
genere di personalità non ci sono, la lotta per la libertà non scompare,
ma interviene il secondo tipo di morte, in cui non vi è nulla di eroico:
il popolo infuriato grida "Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza!
Ammazza!" (G. Verga, La libertà, da "Novelle rusticane", 1883). Già nel
Cinquecento Niccolò Machiavelli sapeva che la popolazione era "tutta
pronta e disposta a seguire una bandiera purché ci sia uno che la pigli"
(N. Machiavelli, da Il Principe, cap. XXVI, 1532), un Mosé che apra le
acque e che indichi la via per fuggire dall'Egitto dell'oppressione. La
massa senza una guida esplode e tenta di arricchirsi, di accaparrarsi
terre ("libertà voleva dire che doveva essercene per tutti", ibidem), in
realtà mosso dall'intimo desiderio di sostituirsi a chi prima lo
opprimeva. E allora viene ad avere importanza l'esortazione di Eluard
(in Liberté, 1942) a non perdere di vista l'obiettivo, a scriverlo "su i
quaderni di scolaro", "su le immagini dorate" e "su le armi dei
guerrieri": libertà.
E come tralasciare in proposito la figura di Martin Luther King?
"Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla
coppa dell'odio e del risentimento" (M. Luther King, da I have a dream,
1965), disse: senza di lui quella lotta sarebbe stata certamente un
fiume di sangue sfociato nel nulla.
L'intellettuale, in momenti di difficoltà e cambiamento nel suo contesto
sociale, non può lasciarsi sopraffare dallo sconforto e non può
permettere che "le cetre oscillino lievi al triste vento" (S. Quasimodo,
da Giorno dopo giorno, 1947), deve infondere coraggio nel popolo e
promuovere la creazione di un'identità comune senza però degenerare
nella figura di cantore della guerra come fu D'Annunzio.
L'intellettuale non può sottrarsi al suo ruolo, deve incitare alla
libertà "su ogni pagina che é bianca" (P. Eluard, op. cit.).
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