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Articoli Jannis Kounellis: una mostra/evento
Un tentativo di riformulare il senso delle cose.




Jannis Kounellis





 Jannis Kounellis

Durante un incontro d'arte, Gae Aulenti affermava: "Siamo fortunati, dobbiamo ritenerci fortunati, giacchè in questa Milano, non è poi tutto così piatto, dato che, in questo momento, abbiamo avuto l'evento di una grande mostra di Kounellis."  Le installazioni di Jannis Kounellis alla Fondazione Arnaldo Pomodoro (Milano, via Andrea Solari, 45, fino), si sono rivelate, infatti, in molti modi, una superba espressione di molte facce dell'anima dell'uomo contemporaneo. "Atto unico" è stata la presentazione di un fatto artistico, un affresco pittorico, come egli stesso lo definisce, la cui materia è, specificamente, costruita di metalli pesanti e si sviluppa dentro e lungo lo spazio a navata della ex Riva & Calzoni, cattedrale gotica contemporanea, così come poteva avvenire in un ciclo pittorico medioevale. Il lavoro  di Kounellis, da sempre, si esprime come pittura. Anche se la tela viene sostituita da pannelli di ferro, mantenuti, qui, identici nella loro dimensione di 200x180 cm. Ma non solo questo si intende per materiali pesanti. Egli afferma: "Negli anni '60 mi hanno chiamato artista, perché non sapevano come definire un  mucchio di carbone, ma io sono un pittore e rivendico la mia iniziazione nella pittura... Pittura è costruzione di immagini, non indica una maniera , né tanto meno una tecnica. Ogni pittore ha le sue visioni e i suoi mezzi di costruzione dell'immagine." Pittura a tre dimensioni, dunque, liberata dal principio di tradizione accademica che la vorrebbe legata a cornice e pennello, che, anzi, chiede la partecipazione in volontaria dello spettatore, che, dallo spazio reale, in cui si trova, si vede nello spazio del quadro. Negli anni '60, in cui matura l'arte di Kounellis, la pratica creativa intende liberarsi, inoltre, di ogni orpello per recuperare l'autenticità dell'espressione. Il procedere delle arti visive consiste dunque nel togliere, sopprimere, per ridurre al minimo, impoverire i segni, per riportarli ai loro archetipi. Povero, non è riferito all'uso di materiali semplici, ma è un predicato della riduzione dell'uomo alla sua elementare e quindi essenziale esistenza. Queste espressioni (nella profonda introduzione di S. Sotti) sono estremamente significative per la comprensione dell'arte: come dire per la comprensione della vita.


Entrare dentro

Entrando negli spazi preposti dall'artista, in una luce a chiaroscuri, si prova un subitaneo senso di sgomento e di dolore. Grigio, anzi nero, binari di tram, putrelle, grandi lamiere, danno un senso di immenso. Là sono incastonate pietre unidirezionali, legate con l'enigma di pezzi di volti spaccati, di gesso. Dopo pochi passi, si erge davanti, una libreria immensa, sempre in metallo pesante, come da sogno, con annessi minacciosi ganci e poderose corde. Essa è conchiusa, a quadrato. Guardandone l'interno dall'alto, il pavimento rivelerà una grande macchia. Ma ci sarà, poco distante, un'altra macchia nera, a terra, con molte sedie nere, intorno. Dietro appaiono, sospesi, altissimi sacchi, pieni, forse di sassi, incombenti. Sulla destra, un gran numero di pannelli di ferro, di dimensione identica (200x180)scandiscono lo spazio, imprimono ordine e sono misura: su ciascuno, con un effetto geometricamente ripetitivo, sono realmente accese a fuoco vivo vecchie lampade a olio, che comunicano, forse, un senso di attesa. L'artista fa proprie entità elementari e anche mitiche, come ferro, ma anche lana o iuta, ad esempio, assemblandole come materiali eterogenei per consistenza, peso, tattilità e colore, privati di qualsiasi pregressa connotazione, sono pure. Troveremo appesa una gigantesca coperta/drappo fatta di sacchi cuciti con un grosso punto croce. Più avanti, in posizione centrale, molto coinvolgente, la ridda di vele spiegate di dimensioni amplissime, triangolari: ecru, arancio, gialle. Uno squarcio di luce, di entusiasmo, attese, partenze verso un futuro inarrestabile. E' la gioia di aprire le vele per un viaggio verso la possibilità della scoperta, che, nonostante tutta la nostra presunta grandezza, resta  arduo fare.  Subito, a lato, richiama l'attenzione una montagna di carbone in pezzi, di una ingorda, fruibile, soddisfacente abbondanza, appoggiata a crude lamiere di ferro, con corridoi: ecco il labirinto. Un enorme lavoro di lastre di ferro erette a corridoio angusto. E' il labirinto, come rappresentazione, dove sono nascoste piccole carrucole appese, in posizione ritmata, che raccolgono polveri di ruggine, a stupire, con la semplicità della loro presenza e con la bellezza di quel brillio rossastro, di cui cercare significati. Camminando oltre, perchè si cammina dentro questo labirinto, troviamo una branda con coperte militari. Così è. Avanza ancora solo chi non ha paura della propria claustrofobia, per imbattersi colà, in  un semplice muro di sassi a secco, unica presenza in qualche modo rassicurante, familiare. Il percorso, ormai più stretto addosso, è cieco. Finisce. In un angolo, inaspettata, una temibile macchia nera. Il labirinto " è immagine straordinaria che da sempre risucchia nel vuoto di un passaggio, che disorienta chiunque vi si addentri....all'interno, Kounellis dissemina una serie di segni dai significati multipli, suggeriti e mai completamente spiegati, ciascuno dei quali si rivela nel suo modo di interrogare colui che si avventura in esso, di agire o di non agire sui sensi e sulle sue sensazioni."

I significati

Kounellis, produzione artistica non intenzionale, ma semplicemente germinante, senza riflessioni poste ulteriormente. E' comunicazione di un mondo interiore di indagini, di spiegazioni più che di simboli. Un mondo interiore non soltanto suo, ma collettivo, fatto di storia di uomo, di cui egli è veicolo. I mezzi della sua espressione sono all'interno del ripetersi ordinato, rimato e ritmato di creazioni in materiali tecnologici: gigantesche strutture a spirale in ferro e acciaio si elevano a sfida. Quelle più alte, sono da vertigine, quando si sale all'ammezzato, sulle impalcature in tubo d'acciaio, per guardare giù e vedere dall'alto la prospettiva delle opere e del labirinto: esse appaiono come le colonne del terzo millennio.

Tutte le opere sono senza titolo. Il significato non è mai una risposta univoca: è una, non mai ferma, ricerca, fatta di accenni, evocazioni e continui rinvii. I lavori di Kounellis appaiono immediatamente come quadri d'enigma, che per vie inaccessibili e ineffabili, sfiorano le realtà essenziali, senza poterle avvicinare, se non da lontano : il dolore, la gioia, l' insostenibile peso dell'assenza, il senso del nostro viaggiare. Dare un titolo, sarebbe già limitare l'ampiezza e la spazialità dell'indagine. Tuttavia sarebbe già un atteso inizio.

 

Scritto da:
Giancarla Vietti


 
 









 
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