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Giovedì 29 dicembre 2005 - 23.11.01 Parlando di futuro
Allungare la nostra vita, ma fino a che punto?
Longevi
La vita media si è alquanto allungata, in che senso la scienza apre nuove prospettive?
In un momento in cui si parla di eutanasia, leggiamo da più parti a
grossi titoli: "Per adesso longevi, poi, se va bene, immortali."
Le disfunzioni provocate dalla vecchiaia vengono ormai considerate, da
parte di molti ricercatori, barriera solo apparentemente insormontabile;
in futuro, pare, si potranno manipolare i geni che ci fanno invecchiare.
Questi non sarebbero più di 250 sui 40.000 che compongono il genoma
umano. Il problema sarebbe ancora quello di localizzarli, con
completezza, oltre quanto è già stato fatto. Per ora, tuttavia, è la
statistica stessa che ci dice che, di fatto, la scienza ha portato in
avanti la vita media di circa trent'anni, anche solo rispetto all'inizio
del '900. L'invecchiamento è diventato un fenomeno di massa e non più il
privilegio di pochi individui. C'è già chi afferma che la nostra vita
sta durando troppo. O meglio, più di quanto, non tanto la scienza, ma
l'organizzazione sociale potesse prevedere. E ne è, in molti modi,
impreparata. Anche le scelte politiche debbono tener conto del fatto che
il 20% della popolazione occidentale appartiene alla terza età. E non
soltanto perché nel 2015 ogni lavoratore attivo, anche a causa del
decremento demografico, si calcola, avrà alle spalle un ultrasessantacinquenne.
Limiti mortali
L'ingegneria biologica, tuttavia, non promette soltanto il superamento
dell'invecchiamento, ma una rivoluzione di proporzioni incalcolabili, che
porterà a mutamenti politici, economici, culturali senza paragoni con il
passato.
Si parla di superamento dei nostri limiti mortali, si parla di
crionizzazione (congelamento del corpo), oppure, del semplice
cervello, per poi (in un non lontano futuro, quando la scienza sarà in
grado di farlo) trapiantarlo in un "clone", cioè in un altro corpo,
duplicato biologico esatto del corpo originale. La clonazione avviene
tramite il trapianto del nucleo di una cellula del soggetto da duplicare
(prelevata quando questi era ancora in vita e conservata in una banca
biologica) in un ovulo umano, che, una volta fecondato, si svilupperà
con le caratteristiche volute. Sarebbe possibile anche usare un computer
attrezzato con un ricognitore laser: esso leggerebbe le impronte
strutturali del cervello conservato dell'individuo da duplicare e pian
piano alimenterebbe con queste informazioni l'embrione che sta
crescendo.
Al di là della tesi della clonazione, esistono delle scuole di pensiero
che sostengono la possibilità della eliminazione dei geni "della morte"
e altre che negano l'esistenza specifica di questi e ipotizzano, invece,
di poter correggere, sempre a livello genetico, quei meccanismi che si
deteriorano con il passare del tempo.
In qualunque caso, le difficoltà sarebbero sempre di carattere pratico,
mai teorico.
Immortalità?
Se il ricercatore è giustamente entusiasta, subito il filosofo si pone
però delle domande. Gianni Vattimo, il filosofo, ha già messo in
evidenza, all'interno di questa futurologia, il rischio di vedere l'uomo
trasformato in un automa. "E questo - egli dice - è proprio ciò che ha
ossessionato tanta arte e Kulturkritik del '900".
Egli afferma che "l'immortalità promessa è una immortalità di <<oggetti>>
e non di soggetti viventi, ricordanti, amanti: produrre, per clonazione,
un altro individuo uguale a me, non significa davvero duplicare la mia
storia, il mio mondo, la mia peculiare soggettività - "La mia identità è,
infatti, data anche, e propriamente, dalla forgiatura che le hanno dato
gli eventi della mia esperienza di vita,unica e materialmente
irripetibile nel tempo, e dal modo in cui vi ho reagito".
Vattimo vede, in queste ipotesi, una filosofia alleata della riduzione di
tutto ad oggetto (da telecomandare?). Tutte le specifiche e personali
peculiarità della persona che sfuggiranno all'eventuale clonazione,
sarebbero considerate soltanto elementi <<soggettivi>>, cioè, sarebbe a
dire, inessenziali. Ed allora tale "immortalizzazione" non è possibile:
essa può creare, se mai, ''altri'' individui (o automi?).
L'uomo storico
Rileggo gli appunti di una dispensa ("Filosofia morale" 1972) di Adriano Bausola, allora filosofo e poi Rettore dell'Università Cattolica di
Milano. "Chi dice che l'uomo sia inevitabilmente mortale,
inevitabilmente errante, inevitabilmente esposto alle malattie, al
sapere parziale e così via? Non si può progettare forse, un uomo storico
diverso dall'uomo storico attuale? Perchè assolutizzare un momento
storico?" Tuttavia, dopo questa, Bausola si pone subito un'altra
domanda: se fossimo in grado di superare la morte, di controllare
completamente la natura (cataclismi, malattie ecc.) e quindi di fare
infinite esperienze pratiche e conoscitive, questo solo fatto potrebbe
bastare all'uomo? Sarebbe molto o sarebbe ancora poco? Penso che il
nostro limite ultimo verrebbe spostato in avanti, la lunghezza del
nostro braccio (vista come nostra potenzialità) verrebbe aumentata. Ma
sarebbe ancora poco. Sì, poco. La caratteristica dell'uomo è di sentire
ancora e sempre, quella necessità di superamento senza fine, mai
adeguatamente soddisfatta, che costantemente si ripresenta.
Tutte le letterature di questo mondo raccolgono la confessione di questa
enigmatica esigenza.
Noia
Paradigmatica, in questo senso, è una pagina di Alberto Moravia ("La
noia"). "Per quanto io mi spinga indietro negli anni con la memoria,
ricordo di aver sempre sofferto della noia. Ma bisogna intenderci su
questa parola. Per molti, la noia è il contrario del divertimento, è
distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario
del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti
assomiglia al divertimento, in quanto, appunto, provoca distrazione e
dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me,
è propriamente una specie di insufficienza e inadeguatezza o scarsità
della realtà".
Si tratta evidentemente di una scarsità di qualità e non di quantità.
L'immortalità che ci staremmo regalando, rivoluzionerebbe certamente la
nostra società, ma non sposterebbe di un millimetro questa umana
problematica, quella che tutto l'esistenzialismo ha così nudamente messo
in evidenza. È proprio indagando questi aspetti della futurologia, così
come avviene per gli scienziati, che indagano l'infinitamente grande e
l'infinitamente piccolo (leggi: Carlo Rubbia, premio Nobel per la
fisica), si arriva al riconoscimento metafisico.
L'uomo, più traguardi raggiunge, meno si acquieta, più sviluppa la sua
potenzialità e più la sua esigenza diventa grande: egli è
strutturalmente destinato allo spirito.
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