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- E. Montale e la società di massa -
 

Cocci di vetro su un muro...
 
MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO


MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO 17

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 
BREVE ANALISI METRICA


La composizione: tre quartine e una strofa di cinque versi comprendenti endecasillabi, decasillabi e novenari. La prima e la terza strofa sono in rima baciata (AABB), la seconda in rima alternata (CDCD), l'ultima strofa ha rima alternata e consonanze (ad eccezione del verso quindici).
 

COSA TRASMETTE, QUALI SENSAZIONI...

Montale"Meriggiare pallido e assorto" è uno dei primi componimenti di Montale (appartenente alla raccolta "Ossi di seppia", 1925), il motivo predominante è quello del paesaggio arido e scarnificato "assolutizzato" da una "fissità" indescrivibile...
Il poeta stesso, assorto in questo spazio chiuso, gravato dal caldo, sembrerebbe quasi svanire in esso diventando un'entità impersonale, indeterminata, senza spazio e senza tempo, quasi (come in de Chirico) "cosa" tra le "cose"... (ciò traspare dal insistente uso dell'infinito: "meriggiare", "ascoltare", "spiar", "osservare" e "sentire").

La natura in questa poesia perde la sua sensuale e dolce musicalità, propria della poesia dannunziana, in favore del "meriggiare"... "meriggiare" in un'esistenza disseccata come quella dell'orto... Sembrerebbe preclusa ogni possibilità di contatto, di comunicazione, di apertura tra l'uomo e il mondo, che non è interiorizzato, ma esteriorizzato e oggettivato nella sua apparenza.

L'orto assume la fisionomia di un paesaggio desertico ("rovente muro", "i pruni e gli sterpi", "crepe del suolo", i "calvi picchi", il "sole che abbaglia") e ostile: una sorta di "terra desolata" eliotiana...

Il poeta è teso ad ascoltarvi i secchi rumori ("schiocchi di merli, frusci di serpi", "tremuli scricchi di cicale"), a spiarne i rapidi, improvvisi movimenti ("frusci di serpi", "le file di rosse formiche ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano", "il palpitare lontano di scaglie di mare")... ma queste ultime sono voci, movimenti quasi irreali, che non turbano il silenzio e l'immobilità in cui sono immersi.

 

QUELLA COMPRENSIONE CHE CI E' PRECLUSA...

Lo sguardo del lettore (osservatore e allo stesso tempo ascoltatore) si allarga spostandosi dal basso verso l'alto, dalle crepe del suolo ai "calvi picchi" fino al "sole che abbaglia" ed impedisce di vedere oltre: ecco quindi una metafora del limite della conoscenza: il poeta cerca la verità (l'uso del verbo "spiar" tradisce l'idea di una ricerca di un segreto), essa però resta chiusa, indifferente, ed egli non arriva a capirne il senso ultimo, può solo "sentire" che la vita è un "seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia".

Ed è proprio il percorso del suo occhio ricercatore ad unire le quattro strofe e a segnare il passaggio dal piano della percezione fisica sensoriale ("ascoltare", "spiar", "osservare") della prima parte a quello della riflessione esistenziale ("sentire") degli ultimi versi...

Solo al termine di questo percorso arriviamo a capire che tutto è metafora e che l'atmosfera allucinata descritta nei versi precedenti offre, in una lettura a ritroso, oggetti che si caricano di un nuovo senso, trasformandosi in proiezioni delle intuizioni del poeta, in emblemi di un'esistenza "desolata".
 

AFFACCENDATI COME FORMICHE...

Le formiche rosse diventano il cosiddetto "correlativo oggettivo" della paradossale condizione umana: il loro instancabile, quasi caotico quanto insensato lavoro ("a sommo di minuscole biche"), in condizioni così sfavorevoli, pare tradurre il monotono "travaglio" quotidiano, il vano affaccendarsi dell'uomo nella società di massa.

Si scoprono allora corrispondenze e richiami tra il paesaggio ‘reale' delle prime tre quartine e quello metaforico dell'ultima strofa: la "muraglia" del penultimo verso riprende il "rovente muro d'orto" del secondo, in posizione quasi simmetrica, i "cocci aguzzi di bottiglia" (v. 17) sono i "pruni" (v. 3) spinosi...

L'unico spiraglio di vita o di salvezza  è rappresentato dal "palpitare" dell'acqua che esiste sì, ma è "lontano", escluso dal muro dell'orto (come nella stazione di Montparnasse de Chirico offre "pittura metafisica", così Montale propone al suo pubblico una "poesia metafisica")... il piano trascendente rimane intrappolato, nascosto in quello reale in una dimensione "purgatoriale", di sofferenza e di attesa senza fine...

Il poeta giunge così ad una "triste meraviglia". La sua malinconica sensazione si traduce ancora una volta in immagini di oggetti concreti, comuni, in un tono in cui il piano metaforico si fa sempre più esplicito: la "muraglia" è l'emblema della prigione della vita umana: i "cocci aguzzi di bottiglia" delle sue sofferenze e difficoltà (il Sistema): per l'uomo non c'è acqua in un mondo prosciugato di valori e di certezze...

In Montale però la presenze dell'orto diventa anche prototipo di una stoica resistenza all'ineluttabile "male di vivere"...
 

CITAZIONI

17. Eugenio Montale, Meriggiare pallido e assorto
 
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