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Scritto da: VeNoM00 | Discuti sul FORUM
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Kant: Critica del giudizio
Giudizi riflettenti estetici, teleologici e il rapporto con il Romanticismo

La "Critica del giudizio" rientra sempre nel contesto illuminista di filosofia del limite ma al contempo è innovativa per la sua apertura verso la cultura romantica.
Nella "Critica del giudizio", così come nella prima critica aveva parlato delle scienze e della conoscenza costitutiva e nella seconda della ragione come fondamento della morale (libertà, ecc.), Kant si occupa del sentimento. Durante l'Illuminismo  il sentimento era considerato come illusorio, a volte rilegato nell'estetica ma solo come diletto. Non veniva disconosciuto ma neppure gli era dato un valore conoscitivo. Il sentimento viene invece rivalutato da Kant anche se non con valore teoretico ma solo come un bisogno, mettendolo però al pari di conoscere e agire. In sostanza tenta di conciliare le sue due opere precedenti: la prima critica presenta un uomo scientifico che usa l'intelletto, il secondo invece libero e che aspira al noumenico. Come risolvere questa "antinomia"?
Sentimento va inteso come la peculiare facoltà dell'uomo mediante la quale fa esperienza di quella finalità del reale esclusa a livello fenomenico nella prima critica e postulata a livello noumenico nella seconda
Giudizio significa connettere un soggetto con un predicato. Vi sono due tipi di giudizi:

  • determinanti, quando soggetto e predicato sono connessi con un nesso categoriale che ho già (a priori, ma non innato in quanto non è contenuto, come gli schemi di spazio e tempo). Sono giudizi scientifici e sono quindi prodotti dall'intelletto. Determinano, ovvero sussumono (pongono sotto) i particolari agli universali.
  • riflettenti, quando non ho a priori la connessione tra soggetto e oggetto, la devo trovare, non con la ragione (che orienta solo l'agire) né con l'intelletto (che permette la conoscenza), ma con il Giudizio (facoltà del Giudizio) o sentimento. Quando mi rapporto alla natura "provo" un sentimento. I giudizi riflettenti esprimono il bisogno di finalità (della natura), il cui principio va ricercato nel particolare. Riflettere significa comparare e congiungere delle rappresentazioni date (es. lo scheletro) con le nostre facoltà mentali allo scopo di individuarne un possibile accordo (serve per reggere il corpo, finalità). L'uomo utilizza i giudizi riflettenti per soddisfare il suo bisogno di finalità, dovuto alla sua finitudine, infatti se l'uomo fosse creatore l'accordo tra la mente e la natura sarebbe implicito dunque oggettivo.

Ci sono due modi di rapportarsi alla natura, uno fisico che usa le categorie e l'esperienza, e un altro in cui faccio uso di giudizi estetici (nel senso di valutazione della bellezza) che si pretende abbiano valore universale, o ancora posso pensarla come un tutto, come una finalità. Questi ultimi due modi di rapportarsi si basano su un sentimento, ma anche qui Soggettivo ("è bello", non "mi piace").

Giudizi riflettenti estetici

I giudizi riflettenti estetici sono quelli che ci fanno cogliere immediatamente la finalità della forma (formale) delle cose attraverso il nostro sentimento di piacere e di dispiacere: quando ci troviamo davanti ad un bel paesaggio lo sentiamo in sintonia con le nostre esigenze spirituali. In questo caso è come se la natura ci venisse incontro e fosse fatta appositamente per noi.
Questo tipo di giudizi si trovano dunque in particolare nel contesto della bellezza (giudizio estetico) e della finalità (giudizio teleologico), entrambi non sono esperienze scientifiche ma sentimenti. Occorrono dei trascendentali (fondazioni a priori individuabili nel soggetto).

L'analisi del bello

Definizioni di bellezza:

  • Secondo la qualità, il bello è l'oggetto di un piacere senza alcun interesse; dire l'albero è bello non è di interesse, non ci guadagno nulla. Non lo desidero neanche.
  • Secondo la quantità, il bello è l'oggetto che piace universalmente senza concetto determinante (senza un ragionamento logico).
  • Secondo la relazione, la bellezza è finalità (per via dell'armonia delle parti) senza scopo (effettivamente non ne ha), io colgo nell'albero una sensazione di completezza, di appagamento.
  • Secondo la modalità, siamo improvvisamente colpiti senza riflettere, lo sentiamo come necessario (universalità); "grazie a Dio", c'è una finalità, arriva quando vuole.

Nel bello conta il sentimento: esso collega il fenomenico al noumenico, unisce la ragione (simbolo dell'etica) e l'intelletto (simbolo del fenomenico). Questa armonia non è conosciuta ma "sentita".

Piacere fisiologico, piacere del buono e piacere estetico

Il piacevole (inteso in senso di piacere fisiologico) è una sensazione corrotta, impura, per via del coinvolgimento dei sensi; esso è frequente sopratutto nell'attrazione verso il sesso opposto. Il coinvolgimento dei sensi rende questo piacere soggettivo, opinabile e per questo vale l'antico detto "de gustibus non est disputandum". Il piacere del buono è morale, mediato dalla ragione, ma come anche il piacevole coinvolge l'interesse per l'esistenza e quindi per il possesso dell'oggetto del piacere: per questo non è perfettamente puro. Esiste poi il piacere estetico, unico oggetto dei giudizi estetici puri: esso scaturisce dalla contemplazione della forma, è una bellezza con valore universale.

Bellezza libera e aderente

Kant sostiene l'esistenza di due tipi di bellezza: bellezza libera e bellezza aderente. Si ha bellezza libera quando proviamo un sentimento di bellezza senza concetti (massimo esempio ne è la musica), mentre è aderente se invece si fa riferimento ad un modello di bellezza ideale, come accade con chiese, vestiti, edifici e così via. Quest'ultima bellezza (che Kant definisce condizionata) non può essere oggetto di giudizi estetici puri in quanto sarebbero condizionati da ragionamenti, considerazioni intellettuali o pratiche in relazione al suo scopo, mentre la prima è perfettamente universale.

Sublime

Il sublime può essere di due tipi, matematico o dinamico. Abbiamo il sublime matematico quando contempliamo un oggetto incommensurabile, smisuratamente grande (come una montagna o un albero) che dapprima ci fa sentire la nostra piccolezza fisica ma in seguito ci innalza, facendoci comprendere la grandezza spirituale: scopriamo infatti di essere portatori dell'idea di infinito. Dunque l'iniziale senso di piccolezza diventa stima per il soggetto e per la sua grandezza spirituale.
Il sublime dinamico è quando si contempla (da una locazione sicura) una tempesta o un temporale molto potente e anche qui dapprima avviliti per la nostra piccolezza materiale, avvertiamo in seguito la nostra grandezza interiore per l'interesse che abbiamo nei confronti del fenomeno, per la nostra dignità morale. In sostanza la sublimità risiede nell'individuo, non nella natura.

Il genio

Il genio è quel talento innato che dà alla persona originalità, possibilità di forgiare modelli di imitazione ma non permette di essere spiegato scientificamente. È il mezzo attraverso il quale l'artista produce gli oggetti, che poi saranno giudicati attraverso il gusto.

Giudizi riflettenti teleologici

Il giudizio teleologico è quello che ci fa pensare alla finalità attraverso il concetto di scopo e non si tratta più di un fatto del soggetto ma dell'oggetto, per questo viene definito come reale od oggettivo. L'uomo può cogliere in maniera immediata la finalità della realtà attraverso il bello ma può anche pensarla attraverso un giudizio teleologico: questo pensiero è però indimostrabile, è un bisogno. L'uomo tende naturalmente a pensare la realtà come ricca di finalità (lo scheletro serve per reggere l'animale) e Kant stesso ritiene che le spiegazioni meccanicistiche non siano sufficienti a spiegare anche solo il perché un filo d'erba cresca, ma impone comunque di ricerca il rapporto causa-effetto anche per l'evento che dimostra la più grande finalità.

Kant e i romantici

Kant ha in comune con essi il tema della libertà in opposizione al determinismo illuministico. Inoltre sostiene l'autonomia del sentimento, che ha una facoltà rivelativa. Il sentimento è autonomo perché non si fa schiacciare né da intelletto né da ragione, ma fa da ponte.

 


Ritratto di Immanuel Kant
 
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