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- Dimmu Borgir -
Immagine Album Track list
Dimmu Borgir - Death Cult Armageddon Death Cult Armageddon

Gruppo: Dimmu Borgir
Genere: Melodic Black
Etichetta: Nuclear Blast
Durata: 63:12
Data d'uscita: 08/09/2003
Voto: 8,5

1. Allegiance - 2. Progenies of The Great Apocalypse - 3. Lepers Among Us - 4. Vredesbyrd - 5. For The World To Dictate Our Death - 6. Blood Hunger Doctrine - 7. Allehelgens Dod I Helveds Rike - 8. Cataclysm Children - 9. Eradication Instincts Defined - 10. Unorthodox Manifesto - 11. Heavenly Perverse
 
RECENSIONE












Death Cult Armageddon è il secondo capitolo della terza era Dimmu Borgir, una band che, tra cambi di rotta forzati, evoluzioni stilistiche e una line up che sembra un porto di mare ha saputo cambiar pelle in modo netto nel corso della sua carriera. Sempre fedeli alle 101 regole del Black Metal (regola 87: If possible, design the title of your album so that it consists of three completely unrelated words. Dimmu Borgir are the master of this (i. E. Enthrone Darkness Triumphant, Spiritual Black Dimensions, Puritanical Euphoric Misanthropia, Godless Savage Garden) anche stavolta non si dimenticano le tre fatidiche parole, ma se non altro in questo caso il titolo ha un senso e una correlazione con la musica.
Non deve essere stato facile per Shagrath e compagni bissare il successo del disco precedente, anche se onestamente continuo a ritenere Puritanical un disco fin troppo sopravvalutato dalla critica, ma Death Cult Armageddon può tranquillamente definirsi il disco della consacrazione per la band. Intanto, finalmente, la line-up è rimasta stabile e con un paio d'anni di esperienza insieme alle spalle. Non che gente come Barker, Galder o Vortex necessitino di esperienza per crescere ma a giovarne è stato l'affiatamento del gruppo e il sound dei Dimmu Borgir 2003 può essere definito come la summa di tutti i lavori precedenti della band.
Se è vero che musicalmente si avvicina a Puritanical, non si possono non osservare alcuni echi del passato, che vanno ad abbracciare un po'tutta la discografia dei Dimmu Borgir, dal fondamentale For All Tid ad oggi.
La componente death-thrash c'è sempre, l'uso delle tastiere non manca mai così come alcuni assoli al limite dell'heavy metal, ma stavolta a fare realmente la differenza è l'atmosfera che si respira all'interno del disco.
Un vero armageddon, come suggerisce il titolo stesso, un'esplosione di suoni violenti, di sferzate lancinanti e di suggestioni oniriche che deve gran parte del fascino alle orchestrazioni della filarmonica di Praga e di Mystis.
Contemporaneamente però, Death Cult Armageddon è anche il disco più vicino al black metal che i Dimmu Borgir abbiano mai composto, creando una sorta di compromesso tra il classico sound norvegese e un personalissimo gusto per la melodia che li ha resi nel bene e nel male una delle band più importanti dell'intera scena scandinava.
Non tutto è perfetto però e tra le note negative segnaliamo soprattutto due cose: la prima è che troppo spesso ciò che manca è la capacità di sintesi, di far sì che un bel brano non diventi talmente lungo ed interminabile da far perdere la voglia di sentirlo dopo due ascolti. Troppo spesso si accetta l'equazione "brano lungo=brano complesso" , ma se la complessità significa trascinare per otto minuti lo stesso riff allora ben venga la banalità.
Secondo punto importante è la voce di Shagrath, che a differenza di molti suoi colleghi sembra si stia indirizzando verso una pericolosa involuzione; dello screaming raggelante degli esordi si sono perse quasi del tutto le tracce, offuscato dal tentativo (lodevole nelle intenzioni) di cimentarsi su tonalità diverse, purtroppo con risultati troppo spesso altalenanti.
Le prime sorprese invece si notano fin dall'opener: Allegiance quasi non sembra un brano dei Dimmu Borgir ma più un curioso mix tra i primi e gli ultimi Limbonic Art, con tanto di drumming talmente furioso da sembrare una drum machine. L'intro quasi industrial non deve trarre in inganno, subito si ergono imponenti le tastiere e l'orchestra, per quello che sarà il vero marchio di fabbrica dell'album. Le ritroviamo ancora più maestose in Progenies of The Apocalypse (primo singolo estratto dal disco) , uno dei rari brani in cui appare anche Vortex in veste di cantante, in uno stacco melodico che ricorda da vicino Colossus dei Borknagar. Il finale è inquietantemente tranquillo, caratteristica che ritroveremo soprattutto in Blood Hunger. L'industrial invece ritorna in Leper Among Us, uno dei brani più fiacchi dell'album che soffre soprattutto nella parte centrale, dove si trascina stancamente su un riff ossessivo ma noioso, denotando un pericoloso calo delle idee che si ripropone su For The World To Dictate Our Death, una sorta di mid tempo accelerato, risollevato a malapena dalle tastiere. E'curioso notare quanta importanza rivesta questo strumento nell'economia del suono dei Dimmu Borgir, quasi una beffa per una band che da sempre dichiara di appartenere alla scena black. In realtà di black, anche qui, non ce ne è molto, anche se Unorthodox Manifesto o l'inizio della già citata For The World.. Sono un passo avanti sotto questo punto di vista. In realtà ai Dimmu basterebbe ammettere di suonare la propria musica, invece di perdersi in sterili quanto patetiche polemiche; una musica che mai come in questa occasione potrebbe essere l'ideale colonna sonora di un film: Blade Runner per Progenies of the Apocalypse, un film di Tim Burton per Eradication Instincts Defined (stupende le sue atmosfere fiabesche ma con un'ombra di malvagità che vi aleggia sopra) tanto per citare due tra i pezzi più riusciti dell'album. I riferimenti ai vecchi dischi, come ho citato sopra, li ritroviamo un po'ovunque, da Blood Hunger (il cui suono sembra uscito da For All Tid) a Vredesbyrd, rivisitazione in chiave moderna dello storico Stormblast, fino a Cataclysm Children e le sue tastiere di derivazione Enthrone Darkness Triumphant. Riferimenti che non sanno di effetto deja vu, quanto di un filo diretto col proprio passato, doverosamente tributato senza scopiazzature.
Non mi soffermo sulla produzione (affidata ai Fredman Studios) , che come sempre rasenta la perfezione nè sulla copertina (grosso passo avanti rispetto all'oscenità disegnata in tutta fretta su P. E. M.) Perchè sono dettagli quasi inutili per una band con un budget così elevato. Pur continuando a preferire i primi dischi non posso non constatare che i Dimmu Borgir di oggi sono questi e che Death Cult Armageddon è una spanna al di sopra del suo predecessore e credo che questo sia abbastanza per farvi capire che l'otto settembre sarebbe un peccato non fare un salto dal vostro negoziante di fiducia.
 


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