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Viaggiare: capire il "diverso"
Conoscere il diverso per scoprire l'uguale

Vedere, sentire, toccare per capire. Viaggiare significa aprire la propria mente a situazioni allo stesso tempo differenti e simili. Esistono più modi di vedere le medesime cose, modi alternativi di far fruire la vita. Muoversi dai propri luoghi natii offre l'inestimabile  opportunità di incontrare il bello e il brutto di altre culture, di altri popoli; si fa conoscenza della natura viva dell'essere umano, quelle caratteristiche basilari che seppur sfumate o levigate ci accomunano tutti quanti: peculiarità che non possiamo definire del tutto diverse dalle nostre.

Fenomeni come nazionalismi, razzismi (e così via) trovano terreno fertile su persone in condizione di "ignoranza" intesa come non conoscenza dell'altro, terrore del diverso, in una parola: xenofobia. Il non conoscere nulla oltre il recinto del proprio "habitat" trasforma il soggetto in facile vittima di notizie distorte, tendenziose e/o incomplete. Per capire anche solo un decimo cosa prova un immigrato (discriminato in terra straniera) occorrerebbe provare sulla propria pelle derisione, isolamento, smarrimento (ecc.). Provare anche solo un piccolo frammento di discriminazione; esserne vittima sarebbe il miglior modo per abbandonare tutte le sciocche presunzioni di "superiorità" e capire cosa significa "essere emarginati". Ora, senza arrivare a situazioni estreme, il trovarsi nella condizione di dover forzatamente parlare un'altra lingua, mangiare cibo differente, vedere cose e soprattutto interagire con persone nuove (con cui prima non si avrebbe nemmeno voluto avere a che fare) sarebbe già un'esperienza concretamente formativa e capace di trasformare l'individuo.

Il viaggio diventa sotto questo aspetto "crescita etica e morale" che ha senso però se davvero si parte con l'intento di vivere pienamente la cultura "autoctona" (non certo risiedendo in omologati villaggi turistici, uguali in tutto il mondo) mescolandosi alla vita e al folclore locale. La scuola in questo senso dovrebbe applicarsi e permettere a ciascuno studente di allontanarsi, seppur per un periodo limitato, dal proprio contesto sociale. Non è avveduto pensare di poter educare solo attraverso esempi teorici e parole scritte, le nozioni hanno un senso se affiancate ad esperienze concrete in cui applicarne almeno una parte. Per un ragazzo la cui famiglia non può permettersi grandi viaggi (per questioni economiche, mancanza di tempo, ecc.) la gita scolastica è un evento fondamentale, in taluni casi potrebbe addirittura essere l'ago della bilancia tra ignoranza razzista e coerente tolleranza (se non rispetto). I viaggi di istruzione che tanti professori disprezzano (in favore di maggior tempo per interrogare o svolgere il programma) non sono "perdite di tempo", sono momenti fondamentali della crescita civile dell'alunno. Inoltre non è vero che l'apprendimento deve essere costantemente una sofferenza, uno sforzo, che non ci si debba mai divertire, la concezione è ridicolmente errata.

Immaginiamo un bambino cresciuto sentendo continuamente parlare i suoi familiari di una data nazione in modo diffamatorio e che questo non abbia occasione di entrare davvero a contatto con la cultura in questione: non è difficile intuire che questo continuerà a considerare vero ciò che ha sentito da persone di cui si fida ciecamente; se poi mettiamo sul piatto qualche caso di cronaca a favore della tesi ecco che quella che prima era un'adesione generica diventa una certezza. Come dovrebbe quindi intervenire l'apparato scolastico in tali situazioni? Decontestualizzando le affermazioni degli eventuali "cattivi educatori" (amici, parenti, genitori, ecc.). Bisogna permettere allo studente (senza forzature) di conoscere popolazioni per le quali magari prova odio, ribrezzo e/o paure infondate (frutto di pregiudizi) e dargli così modo di capire la complessa varietà che lo circonda. Non si tratta di imporre ma di dare occasione di capire, capire per scegliere alla luce di informazioni e stimoli di prima mano.

Tutto questo perchè? Per una comune dinamica sociale insita nell'uomo: date entità differenti e/o contrapposte, costrette a convivere costantemente a contatto l'una con l'altra, è ovvio e banale che si vengano a creare attriti. Dagli attriti si arriva a definire chi è "amico/simile", "neutrale" o "nemico/diverso", a questo (purtroppo) è praticamente impossibile porre rimedio; il viaggiare e il conoscere nuove culture può tuttavia incidere su quale scala e quali parti far entrare nel proprio sistema di alleanze e ostilità. Facciamo un esempio: un individuo che svolge la sua vita in un contesto molto ridotto, immaginiamo un paesino isolato, identificherà "compagni" e "avversari" in uno spazio molto ristretto, una persona che invece porta i suoi rapporti interpersonali a livello più ampio tenderà a ridurre l'ostilità a livello territoriale/razziale/ecc. convertendo più facilmente le ostilità pregiudizievoli in "ragionevoli" (perfetti non saremo mai, si può cercare solo di migliorare). La riflessione è piuttosto freddo, trattata in modo rapido e privo di approfondimento ma fatte le dovute eccezioni ci si può facilmente trovare concordi: viaggiare permette di "scambiarsi i panni", riconoscere le similitudini, svelare le cause di determinate usanze, comportamenti, problemi economici/politici e molto altro ancora.

 


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