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- Magic Gladius -
 
V GIORNATA
 La bambina di pietra (protagonista: Kosmos)

Magic Gladius
 

La bambina di pietra

Migliaia di parole si diffondono sovrapposte l'una all'altra in mezzo ad un affollato mercato. A Tansha, città sul confine con il Regno di Es, tutti, una volta ogni sette lune, vi si recano a vendere e comprare. Grida, incontri e agitazione, ogni oggetto, animale o persona diventa merce di scambio.

In mezzo a tante teste spunta anche la chioma castana di Kosmos, venuto a vendere parte del raccolto. Poco più in là c'è invece Denda, un giovane e sdentato ladruncolo figlio del caos intento ad alleggerire con mano scaltra le bisacce dei meno attenti. Lì, al Passo dell'Otre, di fronte alle porte della città, basta poco a distrarre le ricche signore: un complice, un gioco di specchi o una piccola "magia". Cigolii, zoccoli, martelli, il caos della città aiuta i suoi figli più agili a diventare invisibili, dà loro di che nutrirsi e proteggersi.

Alcuni sostengono che il nome "Tansha" significhi "guarda il deserto avvicinarsi" altri "parla con il deserto". Perennemente affollata, neppure la notte porta un po' di silenzio a quest'antica metropoli. Oltre la barriera di tende, recinti e bancarelle c'è una distesa di polvere a perdita d'occhio. Nessuno prosegue oltre.

Denda ha appena rubato delle stoffe pregiate e si è lanciato come una freccia a mimetizzare il suo minuscolo corpicino tra la folla; corre, agile e veloce ma, d'un tratto, un fatto inspiegabile lo paralizza: Margh, il padre, che ogni giorno urla per proporre le sue uova fresche tace seduto e con lo sguardo raccolto verso il basso. In dieci anni di vita non lo aveva mai visto in quello stato. Qualcosa stava accadendo. Un uomo tace alla destra del ladruncolo, così fa quello al suo fianco, la donna con il bambino, il mendicante, il venditore di vasi, tutto si fa artificialmente quieto. Denda non aveva mai ascoltato il silenzio, ha paura. Salta, si arrampica per capire cosa ha turbato l'equilibrio di quello che è il suo elemento. La folla nel frattempo si apre come l'erba al passare del vento:

Denda - Pensando - "Deve trattarsi di un re o di un alto funzionario del regno senza dubbio."

Niente di tutto ciò, solo un tessuto scuro e malandato, sopra ad una pietra dalle fattezze umane che si muove con fatica, a lenti scatti irregolari. Pesante, la piccola sagoma grigia striscia sui ciottoli lucidi del mercato. Non è una statua, si muove di moto proprio trasudando polvere.

C'è una bambina silenziosa nel Regno di Almuth, una giovane creatura di cui nessuno conosce il nome, di cui nessuno parla ma che tutti evitano. La bambina di pietra. Il suo viso è dolce ma intorpidito da un'espressione triste e sconsolata. Un fiore strappato alla primavera per essere catapultata in un inverno senza fine. Dai suoi occhi socchiusi ma luminosi traspare un mondo di sogni e speranze spezzate. Si tratta di una visione struggente e allo stesso tempo irreale.

Dopo ogni faticoso passo, a sbattere sul suo petto c'è un sigillo, un ciondolo malefico, monito di terrore. I più anziani sanno, o credono di sapere, chi ha messo al collo della piccola il maleficio. Nessuno osa rivolgerle attenzioni per paura di andare contro la volontà di un demone supremo di Orikan. Era una fanciulla come tante ma un giorno perso nel passato ha conosciuto le intenzioni di un demone, da allora la strada le impone il cammino, la solitudine il silenzio.

I vecchi saggi dei villaggi che attraversa a capo chino, raccontano che, in cerca della luce, ella vaghi senza sapere di esserne stata privata da un maleficio... vaghi aspettando di essere accolta da una voce amica. Senza sapere di non poterla udire.

A volte le donne più pietose, al calar del sole si avvicinano a lei senza farsi notare e senza mai incrociare il suo sguardo. Per farsi capire la tastano con dei bastoni, un rituale consolidato. Le porgono del cibo e delle offerte, in cambio le chiedono di lasciare presto il loro paese. I demoni potrebbero cercarla. Di tanto in tanto pare piangere lacrime di sale ma non emette parole. Tra leggenda e verità i saggi fantasticano sul fatto che conosca tutti i duecentodiciotto dialetti di Almuth.

Nessuno conosce la sua età, tutto ciò che porta con se è una piccola coperta e una candela spenta. La Terra e la sabbia che ha sui piedi raccontano tutti i campi di battaglia, le pianure, le colline, le città che ha attraversato senza meta e scopo. In solitudine, tra l'indifferenza e la paura, schiava di un sortilegio.

Solo un ragazzo, Kosmos, dopo averla oeeservata, dopo essere stato trafitto dal suo dolore ha d'un tratto il bisogno di avvicinarsi a lei. Nel vedere un gesto tanto sconsiderato alcuni vociferano:

Popolano - "Non sa cosa sta facendo, porterà la maledizione su di se! Ditegli di non avvicinarsi!"

Ma Kosmos incurante, si porta di fronte alla sconsolata figura:

Kosmos - Appoggiandole la mano sulla spalla - "Tu... Puoi sentirmi?"

Un attimo di silenzio e dalla pietra iniziano a sgorgare limpide lacrime, sempre più intensamente, come mai prima. Sente. Sente distintamente la mano del ragazzo appoggiata alla sua coperta, avverte il calore umano dopo anni di indifferenza. E' tanto, forse troppo per lei ma nulla in confronto a quello che prova Kosmos: un brivido che lungo tutto il corpo scivola rapido e, penetrando nelle membra, sfiora il suo cuore fino ad accarezzarne l'anima.

Kosmos - Stupito  e commosso - "Verrai con me e non sarai più sola ragazzina..."

...

A casa, nei giorni successivi, la bambina sembrava non muoversi più, nulla pareva più vivo in lei, nulla più di quanto un qualunque ammasso di terra poteva apparire. Le lune continuavano a scorrere e nulla accadeva.

Passarono trenta lune. Poi, una mattina, appena dopo l'alba, giunse alla tenuta un uomo con un grande mantello bianco. Kosmos dormiva ancora e svegliatosi di soprassalto, lo trovò davanti al suo giaciglio. Lo sconosciuto lo scaraventò a terra e puntandogli una spada al collo gli domandò:

Guerriero - Con tono minaccioso e una voce profonda - "Bifolco... Dov'è?"
Kosmos - "Come? Ma cosa... chi sei?"

Kosmos aveva ancora la vista offuscata da sonno e il sole alle spalle dell'interlocutore gli impediva di riconoscerne i tratti; cercò allora di spostarsi ma il guerriero si mosse a sua volta con rapidità, quasi volasse...

Un istante dopo iniziò a colpirlo in viso con forza inaudita.

Guerriero - "Dov'è il simulacro? Parla o ti farò vedere quanto sangue hai in corpo! Dov'è?"
Kosmos - Lacrimando e sputando sangue - "Maledetto... non so di cosa parli!"

Il guerriero infuriato lo prese allora per il braccio e gli strappò senza pietà il dito mignolo della mano destra. Il dolore provocato dall'amputazione e il grido che si profuse nella campagna furono inenarrabili:

Kosmos - Lacerato - "Guaaah!"
Guerriero - "Non c'è tempo per i giochi... La prossima volta ti strapperò la mano. Ciò che cerco per te vale poco, si tratta di una roccia inutile ed inerte, la tua mano ti serve per vangare la terra... Senza come lavorerai stupido contadino?"

Kosmos, sfinito dal dolore, provò una maldestra fuga:

Guerriero - Dopo aver afferrato Kosmos - "Pietoso... Questo ti costerà..."
Kosmos - Annientato - "No! No aspetta, si trova di sotto, vicino al fuoco, dietro la tenda del legname! Ti prego risparmiami!"
Guerriero - Voltando gli occhi - "Sarai risparmiato."

Poco dopo il giovane perdette i sensi.  Si risvegliò medicato, la bambina non c'era più. Il guerriero l'aveva presa. Nella mente di Kosmos rimbombavano, insieme alle fitte di dolore, parole che aveva dimenticato; parole uscite dalla bocca della madre anni prima in occasione dell'arruolamento della Guardia Scelta di Sollus (raccolti da bambini): "Tuo padre si rivolterebbe nella tomba sapendoti così pavido! Lui un grande guerriero del Regno! Non sei che un'ombra di fronte alla sua luce!".

Ombra di fronte alla luce. Kosmos aveva rifiutato l'onore di servire il re di persona, di entrare nella Guardia Scelta. Si trattava di un privilegio destinato solo ai figli dei guerrieri caduti per la patria e ciò aveva coperto di disonore la madre che di lì a poco lo abbandonò. Portata via da una malattia incurabile dissero.

Quell'episodio aveva fatto riaffiorare ricordi sepolti, dimenticati. L'ira e la frustrazione dell'impotenza crescevano di pari passo alla consapevolezza di essere stato risparmiato, di essere solo una piuma in balia del vento:

Kosmos - In preda alla disperazione - "Dovevo reagire... non sono riuscito a proteggere nemmeno quella bambina! Che cosa sono? Che cosa devo fare?"

Si dice che ad ogni domanda l'Ingenerato risponda con un segno, un'indicazione percettibile solamente dal vuoto della propria anima. Intorno a Kosmos non c'era altro che terra bruciata e la certezza prendeva rapidamente il posto dei dubbi. Un raccolto scarso, una mutilazione, l'amore dissolto di Ivlis, la perdita della bambina, l'incapacità di andare a recuperarla e il riaffiorare di vecchie cicatrici... tutto faceva da cornice al tramonto di una vita sconfitta.

Così, mentre i fiori dell'inedia e della viltà appassivano lo sguardo di Kosmos, lungo l'orizzonte appariva chiara e distinta l'alba della fine. La carovana del comandante di fanteria Bief, i giovani diseredati di Darra diretti verso le coste di Almuth. Non rimaneva più nulla per cui vivere ma morire pareva essere l'ultimo possibile gesto di misera nobiltà.

CONTINUA...

 

 
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