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- La glocalizzazione -
 

Glocalizzazione

PERCHÈ LA GLOCALIZZAZIONE

Oggi, parlando di totalitarismo (attuato o ipotetico) non si può fare a meno del concetto di globalizzazione e frammentazione: il primo come causa dell'atomizzazione e il secondo come punto di partenza per nazionalismi e localismi che possono facilmente sfociare un regime totalitario-dittatoriale.

UNA BREVE SINTESI STORICA

Negli ultimi cinque secoli, fino alla conclusione della seconda guerra mondiale, le relazioni internazionali sono state multi-polari ed incentrate sulle potenze del vecchio continente. Dopo il 1945 però, i due grandi vincitori del conflitto, Unione Sovietica e Stati Uniti d'America, dividono il mondo in due rigide sfere d'influenza. Questo depotenziò gli stati europei e generò un bipolarismo che a sua volta diede origine alla "guerra fredda": in tutto il mondo si stabilì un equilibrio basato sul terrore. Gli enormi costi da sostenere per la competizione tra i due grandi blocchi portarono alla rovina l'Unione Sovietica che si disgregò internamente ed esternamente, fino alla caduta del regime comunista e del muro di Berlino nel 1989.
Il cosiddetto post-bipolarismo è al contempo caratterizzato da una quasi totale globalizzazione ma anche dal ritorno di particolarismi. Vediamo in dettaglio il significato di questi termini.

GLOBALIZZAZIONE


La globalizzazione è fondamentalmente un'omologazione del mercato, dei consumi, della cultura e di molto altro ancora a livello internazionale. Essa è caratterizzata da stretti rapporti di interdipendenza tra gli Stati, resi possibili solamente grazie alle odierne comunicazioni.
Uno dei principali fattori che ha permesso la nascita e lo sviluppo della globalizzazione è stato dall'annullamento distanze a opera proprio delle comunicazioni, Internet in particolare: si è trattato di, come la definisce Bauman, una sorta di "Grande Guerra di indipendenza dallo spazio". Paul Virilio parla addirittura della "fine della geografia", in quanto essa si basa sulle distanze, le quali hanno senso solo in quanto è difficile, richiede tempo o denaro compierle.
Nel mondo globalizzato i singoli Stati perdono importanza, la loro sovranità vacilla; per chiarire questo concetto si potrebbe fare un parallelo con la prima volta che secondo alcuni ci si è resi conto della scarsa rilevanza dei confini , ovvero ai tempi della tragedia di Chernobyl, quando il pericolo coinvolgeva tutti indipendentemente da zone, etnie e religioni.
Inizialmente il termine globalizzazione aveva un'accezione positiva, infatti con esso si intendeva il prevalere del modello liberal-democratico occidentale che si diffondeva in tutto il mondo rendendolo finalmente unitario, omogeneo e democratico. Ma non si tratta in realtà solamente di questo.

Omologazione dei costumi

Va infatti considerato un'altro fondamentale aspetto della globalizzazione, quello della uniformizzazione. Ormai da tempo il mondo intero sta omologando i suoi costumi, stili di vita, ma sopratutto la sua scienza e le sue arti tecniche ai modelli delle forze omologanti, chiaramente occidentali.
Latouche afferma che si tratta di una vera e propria "invasione culturale", un processo che porta, partendo dal "Centro", all'omologazione delle culture, producendo informazioni, inducendo consumi (come l'IKEA-mania vista in Fight Club), promuovendo modi di vivere sempre più uniformi. Oggi come oggi è possibile trovare un cecchino serbo che spara su civili a Sarajevo indossando scarpe Adidas e ascoltando l'ultimo disco di Madonna sul walkman, anziane siciliane che fanno e-business su Internet e altri fatti simili pensabili solamente nell'era della globalizzazione. È il trionfo dei modelli occidentali, di tutto ciò che proviene da Hollywood, Disney, MTV, è il trionfo del software Microsoft, del cibo McDonald's, delle bevande Coca-Cola, dell'arredamento IKEA e così via.

Risvolti economici

Altra conseguenza diretta dell'azzeramento delle distanze è la creazione di un mercato globale di merci, capitali, informazioni e persone, man mano sempre più libero (il cosiddetto fenomeno della deregulation). Anche il concetto di impresa viene sconvolto: essa subisce un processo di deterritorializzazione, ovvero è composta da investitori provenienti da ogni parte del mondo (non appartiene più ad un singolo individuo o Stato) e nel caso particolare di un'industria il processo di fabbricazione non si svolge nel paese di origine ma in Stati solitamente sottosviluppati, dove il costo della manodopera è decisamente inferiore, ma i lavoratori si trovano in una condizione di semi-schiavitù e viene ampliamente praticato lo sfruttamento minorile.

La globalizzazione ha anche portato (o forse sarebbe meglio dire accentuato) diverse disuguaglianze tra le varie parti del mondo a livello economico e di qualità della vita: nei paesi ai quali le grandi aziende multinazionali affidano la produzione, gli operai sono di frequente donne e bambini, spesso costretti a sopravvivere, secondo alcune statistiche, con un dollaro al giorno o meno. Le loro condizioni di vita sono disastrose: vivono stipati in baraccopoli squallide e malsane, del tutto privi di ogni servizio minimo come assicurazioni o qualsiasi altro tipo di assistenza. Il competitivo costo della manodopera in questi paesi arreca problemi anche nelle aree del mondo più ricche, dove i lavoratori sono ormai considerati troppo costosi e dunque si diffondono lavoro precario, sottoccupazione e disoccupazione, problema molto attuale anche in Italia e oggetto di interminabile discussione politica.

Gli attori della globalizzazione

Il mondo globalizzato si divide in due parti: quella di chi lo gestisce e vi partecipa attivamente, coloro che sono veramente liberi, che "fissano le regole del gioco della vita" (Bauman) e quello di chi lo subisce passivamente. Questi ultimi, poiché non hanno i mezzi per relazionarsi con il mondo per cui non esiste geografia, sono, sempre secondo Bauman, "inchiodati alla propria località"; la conseguenza più diretta di questo fenomeno è la comparsa di neotribalismi e fondamentalismi, "riflesso delle esperienze delle persone che si trovano sul versante per così dire passivo della globalizzazione".
Ma chi sono dunque i protagonisti? Michael Hardt afferma che a capo dell'Impero formato dalla globalizzazione vi sono le imprese multinazionali e le forze economiche transnazionali: il potere dello Stato come lo si è sempre inteso via via si sta inesorabilmente indebolendo, la teoria hegeliana della sovranità dello Stato diventa obsoleta per descrivere l'era della globalizzazione. Ulrich Beck sostiene che le imprese multinazionali stanno compiendo un "colpo di Stato silenzioso" o "al rallentatore", con obiettivo lo "smantellare le competenze e l'apparato dello Stato, cioè realizzare l'utopia anarchico-mercantile dello Stato minimale".

Bauman in suo passo di "Dentro la globalizzazione" asserisce che nei secoli passati gli Stati si appoggiavano su una triplice sovranità: economica, militare e culturale; in politica estera vi era una comune aspettativa che "ogni Stato si allineasse nella reciproca difesa del diritto di ciascuno di essi a mantenere l'ordine". Col bipolarismo le cose cominciarono a cambiare: Stati Uniti ed Unione Sovietica esercitavano sulle proprie sfere di influenza una sorta di "meta-sovranità", poiché ognuno di quegli stati era considerato insufficiente dal punto di vista economico, militare e culturale. Già allora ci si avviava verso la via in cui i singoli Stati perdono di importanza, e al loro posto chi deteneva realmente la sovranità vennero ad essere gruppi di Stati, facendo così perdere l'autosufficienza militare, economica e culturale ai singoli elementi da cui erano composti. Allo Stato nazionale rimane solo il ruolo di controllo di polizia del territorio e della popolazione, e in particolare perde ogni potere in campo economico in quanto ogni movimento in quella direzione causerebbe una reazione punitiva del mercato globale, al quale è quindi inevitabilmente sottomesso.
In conclusione lo Stato nella sua accezione tradizionale crolla, ma questo crollo è proprio causa di una rivalutazione dello stesso come vedremo tra poco.

È interessante notare come K. Marx, ne "Il Manifesto del Partito Comunista", descriva, quasi profeticamente, gli effetti della globalizzazione.

GLOCALIZZAZIONE

Mondo globale e in frammenti

Il mondo di oggi al contempo sottoposto ad un processo di globalizzazione e frammentazione. Con frammentazione si indica il ritorno dei nazionalismi (che ricordiamo essere alla base dei maggiori regimi totalitari del '900), dei particolarismi e del recupero o anche la creazione di identità etniche. Questi nazionalismi si basano solitamente sulla religione, come accade per gli odierni fondamentalismi islamici, oppure sull'etnia, si veda il lampante esempio italiano della Lega Nord, con i conseguenti razzismi, xenofobie, e volontà secessionistiche. I fondamentalismi sono una risposta alla fortissima secolarizzazione e perdita del senso del sacro del mondo contemporaneo, spinta e promossa dalla globalizzazione. Per quanto concerne il recupero dell'identità locale in svariate zone, il significato è chiaro: combattere l'omologazione dei costumi, anche in questo caso portata dalla globalizzazione.

Le rette parallele

Il mondo odierno, per via dei paralleli fenomeni di globalizzazione e frammentazione, è stato descritto dagli storici come "glocalizzato", termine utilizzato proprio per indicare il forte legame di causa-effetto o addirittura di complementarietà (anche qui a dire di Bauman) che intercorre tra essi, nonostante la loro sostanziale opposizione.
B. R. Barber in "Guerra santa contro McMondo" propone due modelli di futuro basandosi sulle due eternità teorizzate dal poeta W. B. Yeats: quella della razza, che spinge a ritornare al tribalismo, e quella dello spirito, che anticipa un futuro cosmopolita. Le ipotesi che propone per il prossimo svolgersi degli eventi sono entrambe funeste e ben poco democratiche.
Nel primo caso Barber ipotizza una ritribalizzazione dell'umanità, in cui una cultura o una tribù vengono aizzate l'una contro l'altra in nome di infinite fedi (religiose ma non solo) diverse. Ma ancora prima di arrivare a scontrarsi tra loro, queste culture combatteranno strenuamente ogni interdipendenza, ogni tecnologia, ogni mercato integrato, insomma ogni e qualunque forma di globalizzazione, spazzando via effetti positivi e negativi.
Il secondo scenario che descrivere Barber è invece il McMondo, un mondo che richiede uniformità e integrazione, globale, omogeneo, tenuto insieme dal bisogno di comunicazione, divertimento, commercio e informazione. Un mondo dove multinazionali come MTV, Macintosh e McDonald's detengo i monopoli sui vari ambiti della vita: musica, lavoro, svago, cibo, vestiti e quant'altro.
La somma di queste due immagini dipinge una realtà "intrappolata fra Babele e Disneyland", non certamente una buona aspettativa.

Cinque ipotesi interpretative dell'oggi e del domani

In questa ottica di frammentazione e globalizzazione analizziamo i cinque modelli interpretativi proposti da F. Tuccari (che a sua volta riprende Samuel P. Huntington) della realtà odierna.

Secondo una prima interpretazione, quella del "mondo ad una dimensione", l'unico fenomeno che veramente detta le regole della politica mondiale di questo periodo è la globalizzazione: la frammentazione non è nient'altro che un anacronistico tentativo di fermare l'omologazione ormai avanzata e inarrestabile. In questa visione i particolarismi risultano quindi assai secondari. L'Occidentalizzazione tende a portare democrazia e pace su tutto il pianeta, ma al contempo sradica le varie culture locali e accresce grandemente il già incolmabile divario tra paesi ricchi e paesi poveri.
Francis Fukuyama diede un'armoniosa interpretazione di questo fenomeno, definendola la "fine della storia", ovvero la fine dell'evoluzione ideologica dell'umanità. In seguito all'omologazione ai valori Occidentali, in primis la democrazia, Fukuyama prevedeva una pace mondiale (fatta eccezione per qualche paese del Terzo Mondo): niente più guerre ideologiche, le uniche questioni da risolvere sarebbero state di carattere tecnico o economico.
Samuel P. Huntington muove una forte critica a questo modello, affermando prima di tutto che quella di Fukuyama è una reazione classicamente da dopo-guerra: la Prima guerra mondiale avrebbe dovuto porre fine alle guerre e preparare alla diffusione delle democrazie, la Seconda secondo Roosvelt avrebbe portato ad una "struttura di pace permanente" sostenuta da "Stati amanti della pace". Oggi, finita la guerra fredda Fukuyama propone aspettative assai simili, ma come ben sappiamo la Prima guerra mondiale generò fascismo, comunismo e nazismo, invertendo la secolare tendenza alla democrazie, mentre il Secondo conflitto mondiale partorì la Guerra Fredda. Se ci avviciniamo di più alla nostra epoca, prestando attenzione ai fatti avvenuti dopo il 1989 parole come "genocidio" e "pulizia etnica" sovvengono alla mente molto più frequentemente di quanto non accadrebbe pensando a tutti i lustri della Guerra fredda. Dunque il modello di Fukuyama risulta ben poco adatto a descrivere l'attuale e futura situazione politica mondiale, anche se invita a riflettere.

Una seconda visione, ancora più catastrofica, è quella di un anarchico mondo a n-dimensioni. Chi sostiene questa teoria si basa sugli odierni inarrestabili fenomeni di balcanizzazione (ovvero la riduzione di uno stato nelle condizioni di disordine interno ed esterno caratteristiche degli stati balcanici), frammentazione e moltiplicazione delle guerre, sia interstatali ma anche a livello etnico, tribale, nazionale e religioso. Oggi armi di distruzione di massa (nucleari, chimiche e batteriologiche) sono sempre più diffuse e non più solamente in mano di Stati ma bensì anche di singoli individui.

Un terzo modello interpretativo è quello fondato sulle differenze tra il Nord e il Sud e il pianeta. In questo caso non vi sono contrapposizioni ideologiche o politiche ma soltanto differenze di ricchezza: il Nord e formato da "città" detentrici di enormi ricchezze e "campagne" in uno stato di arretratezza fortissima e in preda a malattie devastanti. Una delle conseguenze di queste disparità sono i fortissimi flussi migratori Sud-Nord che fomentano xenofobie, razzismi ma favoriscono anche fondamentalismi, terrorismo a livello internazionale e criminalità organizzata.

La quarta interpretazione vede invece un mondo diviso in base alle varie culture, tesi sostenuta in particolare da Huntington in "Lo scontro delle civilità". L'autore in questo libro divide il mondo in otto regioni in base alla cultura che le caratterizza: sinica, occidentale, ortodossa, islamica, induista, giapponese, latino-americana e africana. Le culture non-occidentali in particolare acquistano importanza, in quanto in questo periodo iniziano a rifiutare la corrispondenza tra modernizzazione e assimilazione dei valori occidentali. In queste otto aree vi sono "Stati guida" e "Stati membri" la cui unione porta ad un'unificazione culturale. Questi saranno i protagonisti delle nuove guerre, la cui causa è identificata da Huntington nella triade della "arroganza occidentale", della "intolleranza islamica" e della "intraprendenza sinica".
I conflitti saranno di due tipi: a livello regionale e globale. Quelli regionali vengono definiti "conflitti di faglia", tra Stati confinanti, tra etnie che convivono in una stessa nazione o tra civiltà che tentano di creare Stati su macerie di vecchi. Le guerre a livello globale invece saranno combattute dagli "Stati guida". Due ipotesi rispettivamente del primo e del secondo tipo di conflitto sono tra musulmani e non-musulmani e tra Cina (che l'autore arriva a ipotizzare addirittura come "protagonista assoluta della storia") e coloro che stanno subendo forti svantaggi a causa della sua inarrestabile avanzata economica.
Nonostante la sua visione molto conflittuale, Huntington, non prevede una fine catastrofica: se nei prossimi anni gli Stati guida non si intrometteranno nelle guerre a livello regionale delle altre aree e tenteranno di placare quelle all'interno delle loro zone di influenza si eviteranno disastrose guerre di proporzioni inimmaginabili. In particolare, sottolinea Tuccari, l'Occidente dovrà rinunciare ad agire come potenza globale.
È necessario però fare una nota al concetto di "scontro di civiltà" espresso nell'omonimo libro: tutte le guerre che l'autore cita (anche quella che ipotizza per il 2010) non hanno in realtà come causa la diversità di culture, ma sono invece tradizionali guerre di potenza e interessi; il concetto di scontro tra civiltà va comunque tenuto presente poiché gli Stati guida potrebbero con buone probabilità utilizzarlo come scusante per dare il via ad un conflitto.

Il quinto e ultimo modello qui riportato tratta del nazionalismo. Secondo Nicole Janigro è in corso "un'esplosione delle nazioni" (nel suo libro tratta in particolare di quanto accaduto in Jugoslavia ma sottolinea che questo fenomeno è di portata mondiale).
Sul ritorno del nazionalismo gli studiosi hanno sviluppato pareri diversi, riportiamo i tre che A. D. Smith ha riassunto in "Nazioni e nazionalismi nell'era globale".
La prima visione vede questi nazionalismi come "epigoni dei loro illustri predecessori" (vedi comunismo, nazismo e altri) ma anche relitti di un'altra epoca, quindi destinati a scomparire presto, investiti dal travolgente processo di globalizzazione.
La seconda soluzione vede il sentimento nazionale come inevitabile nella modernità, in quanto essa ha portato uno sconvolgimento nella vita umana paragonabile solamente a quella della nascita dell'agricoltura sedentaria nel neolitico: rivoluzione industriale, capitalismo, mobilitazione sociale di massa, scienza, razionalismo, crollo dei valori della famiglia tradizionale, guerra totale, informazione digitale e rivoluzione sessuale hanno rivoluzionato la vita di ogni singolo individuo del nostro pianeta. Le conseguenze sono pressoché ovvie: l'uomo, non avvezzo a questi costumi di vita, si trova spaesato e dunque le nazioni e i nazionalismi diventano indispensabili, forniscono "gli unici sistemi comunitari e di credenze potenti e su larga scala in grado di assicurare un minimo di coesione sociale, di ordine e di senso in questo mondo alienante e disgregativo". Da questo punto di vista, i nazionalismi continueranno ad esserci fino a quando non sarà completato il processo della dolorosa transizione verso una "modernità stabile e ricca" sul modello occidentale.
L'ultima tesi riportata è quelle che sostiene la perennità del nazionalismo e che prevede per i prossimi anni la fine dell'età moderna e post-moderna ma non dei nazionalismi che "continueranno a costituire il fondamento della società umana".
In tutti e tre i casi il risultato è un mondo molteplice e tendenzialmente conflittuale, come insegna la storia dei vari nazionalismi del XX secolo. Vale però la pena ricordare le previsioni/speranze di Mazzini a riguardo di uno sviluppo libero, pacifico e armonioso delle varie nazioni.

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